I racconti dell'anima

La penna rosa è la mia nuova rubrica di racconti decisamente stile romance. In questa pagina potrete trovare i racconti della mia anima, tengo a precisare che ogni riferimento a personaggi e fatti è puramente casuale e frutto di fantasia da parte mia. Sicuramente le storie narrate rifletteranno quelli che sono i miei ideali e i miei valori, ma non sono autobiografici.

A questo punto vi auguro una buona lettura e, se avete piacere, lasciate pure un vostro commento nel mio guestbook.

 

Buona Vita!

Lisa Di Giovanni

A un centimetro da me

 

 

Lui sapeva che per voltare pagina avrei dovuto indossare un altro profumo, così Ascanio organizzò la serata per festeggiare il mio compleanno nei minimi particolari.

Ero da sola, mio marito Jacob era all’estero per lavoro. Si era trasferito a Bruxelles da alcune settimane, lui aveva vinto un concorso della pubblica amministrazione che gli avrebbe permesso di lavorare in Belgio per alcuni anni. Come al solito, non era stato limpido e trasparente con me.

Suo padre era belga, il che l’aveva portato a fare questa scelta di vita quasi ne avesse diritto. Jacob credeva di potermi raggirare a suo piacimento, sotto la sua faccia di ragazzo pulito nascondeva un uomo egoista e calcolatore. Dopo dieci anni di matrimonio, la vita di coppia gli calzava molto male. Mio marito però non aveva gli attributi per lasciarmi e così aveva trovato la via di fuga più veloce e indolore, ma soprattutto per mascherare al mondo il fallimento della sua vita privata.

Lo avevo lasciato fare, col passare degli anni ero diventata ancora più riflessiva e non me la sentivo di divorziare. Ci avevo provato, anche se non volevo separarmi dall’uomo che avevo sposato e il motivo era abbastanza banale, fuori non c’era nessuno che mi interessava di più!

14976 giorni vissuti per Elisabetta Mariani Peeters, social media manager per una multinazionale francese che viveva, ormai per abitudine, a Milano, città principe del business italiano. Ebbene sì, questa ero proprio io. Una vita invidiabile all’apparenza e, riflettendoci, era proprio così, ma noi esseri umani non ci accontentiamo mai e vogliamo sempre di più. Le aspettative avvelenano l’esistenza, oppure l’amore che lascia il grigiore nelle persone, quando finisce.

Il mio amico Ascanio, latino di nome e di fatto, lo conoscevo da anni. La nostra amicizia era sincera e disinteressata, con lui ero me stessa, autentica al cento per cento. Non avevo timori, lui aveva conosciuto il bianco e il nero di Elisabetta e le altrettante tonalità di colori.

 

*

 

Dlin dlon, suonò il citofono di casa.

«Chi è?», chiese Elisabetta.

«L’unico che può permettersi di sequestrarti il giorno del tuo compleanno», rispose Ascanio. «Scendi che ti porto via».

Elisabetta rimase un attimo interdetta, realizzò che si trattava di una bella sorpresa e, senza tanti giri di pensiero, inizio a prepararsi. Era appena tornata dal centro estetico e uscita dalla doccia, quindi non doveva che vestirsi. Per il suo compleanno, si era regalata un tubino di Chanel e delle decolté rosse; si vestì in fretta e diede una sistemata al trucco.

Elisabetta era una donna con un fascino particolare, non aveva bisogno di molto trucco. I suoi lineamenti ricordavano le donne nordiche e anche il colore dei suoi occhi azzurri e la sua carnagione facevano pensare che in un’altra vita fosse stata una vichinga.

Un ultimo sguardo allo specchio e si catapultò in ascensore. Appena uscì dal portone, non poté credere ai suoi occhi!

Ascanio l’aspettava, con un mazzo di tulipani e una bottiglia di ottimo champagne, nella sua cabrio. Sembrava una scena da film! Elisabetta lo guardò, pensando: “Ma dai, chi se ne frega, oggi non voglio pensare a nulla, è la mia festa, il mio compleanno!”.

Compiere gli anni è come rinascere tutte le volte, quanti nuovi inizi in una vita, se si è fortunati.

Ascanio era molto affascinante e, mentre guidava, sembrava avere un’aria sognante. Tra lui ed Elisabetta non c’era mai stato nulla, né a parole né fisicamente.

«Dove stiamo andando?», gli chiese lei

«Ti fidi di me?», lui rispose soltanto.

In quel momento, Elisabetta non aveva bisogno di dire altro, in cuor suo sapeva che sarebbe stata una serata speciale. Si lasciò andare, abbozzando un piccolo sorriso. Guardò avanti e continuò a lasciarsi avvolgere dalla musica che stavano ascoltando.

Milano-Genova in un’ora e trenta minuti, con le luci della sera che iniziavano a far calare il buio. Prima di arrivare a Genova, Ascanio deviò per Rapallo.

«Qual è il tuo profumo preferito? Light blue di D&G Portofino?», Ascanio parlò con una voce più bassa del solito, quasi suadente.

Almeno lo fu per Elisabetta, che cercò di stemperare il suo imbarazzo con una risata: «Ma se lo sai, perché me lo chiedi?».

Ascanio sorrise strizzando un occhio e lei, senza trattenersi, esclamò: «Oh, non posso crederci! Mi stai portando proprio là!».

Si trovavano allo svincolo per Santa Margherita e, dopo circa venti minuti, iniziarono a scorgere la splendida Portofino. Un delizioso borghetto che si affaccia sulla riviera ligure, con le caratteristiche abitazioni colorate, dove il visitatore viene catapultato in una favola. Un luogo magico!

Parcheggiarono l’auto e Ascanio prese una piccola valigia dal cofano, poi si diressero verso l’area pedonale che conduce al porto. Elisabetta abbracciava il suo mazzo di tulipani e Ascanio la teneva per mano, camminando un po’ avanti. Lei, che di solito avrebbe brontolato per il fastidio dei tacchi alti, non era in grado di proferire parola. Per la prima volta si sentiva protetta e corteggiata. Per un attimo pensò di stringere la sua mano più forte e tirare Ascanio a lei, stretto, stretto fino a baciarlo, davanti al mare, illuminati dal riflesso della Luna.

Ascanio la portò davanti a una barca con le luci accese.

«Ma dobbiamo salire, cioè vuoi dirmi che...».

Non finì la frase che lui la prese in braccio, portandola a bordo.

Lei si tolse le scarpe, poggiando i fiori vicino a sé, e si accomodò sui cuscini. Le luci erano soffuse ed era pronto un ricco aperitivo per due, non restava che mettere lo champagne nel ghiaccio. Elisabetta non credeva ai suoi occhi, era la prima volta che il suo migliore amico si comportava così, non aveva idea di ciò che l’aspettava.

Ascanio accese la musica in sottofondo e, mentre sistemava la bottiglia nel cestello del ghiaccio, si toglie la giacca. Sotto indossava una camicia bianca, un po’ sbottonata, e dei pantaloni denim color avio. Amava molto il mare e tutto ciò che riguardava l’abbigliamento da barca o gli accessori. Era un uomo molto curato e sempre ben vestito.

Elisabetta lo guardò con attenzione, soffermandosi sul suo corpo. Si rese conto che non lo aveva mai guardato in quel modo, e lo trovò persino affascinante.

Lui si tolse le scarpe, camminando a piedi nudi sul parquet. Si girò verso di lei, le porse il bicchiere, dicendo: «Sarà ora di brindare, cara?».

«Direi proprio di sì...», riuscì a replicare lei.

Mentre sorseggiavano un delicato Jean-René Brice, si guardavano con intensità, un insolito luccichio negli occhi.

Ascanio le prese la mano. Eli si imbarazzò da morire, arrossendo.

«Aspetta, lascia che io ti possa toccare...», disse lui con dolcezza. «Elisabetta, sei una donna meravigliosa...».

Lei si ritrasse voltandosi, quasi volesse fuggire, ma lui le prese entrambe le mani, facendo in modo che si girasse di nuovo a guardarlo. «Ci sono stati momenti nei quali avrei voluto allontanarti», continuò lui con decisione. «Sono sempre stato dell’idea che l’amicizia tra uomo e donna non possa esistere...».

Ascanio resistette. Avrebbe voluto baciarla, ma prima voleva dirle tutto, sapeva che quella era l’unica occasione che aveva. Così, continuò: «Eli, sono stato in disparte per anni, ho aspettato che tu potessi guarire dalle ferite che avevi nel cuore, ma adesso non posso più trattenermi...».

Elisabetta spalancò gli occhi e sentì il cuore in gola, non credeva che quelle parole fossero per lei, mentre lui la stringeva sempre di più. «Io sono la tua luce alla fine del tunnel, devi solo afferrarmi...». Poi rimase in silenzio, guardandola ancora negli occhi. Lei sentì che stava per cedere e, in un attimo, le sue barriere crollarono.

Le loro labbra si sfiorano, erano vicinissimi e tutto divenne più chiaro a entrambi. Si abbandonarono a un bacio travolgente e appassionato, mentre si toccavano i capelli e si accarezzavano il viso. Ascanio sussultò, quando sentì il seno di Elisabetta sul suo petto, quasi riuscisse a sentire i suoi battiti.

Finalmente, l’amore era a un passo e, lei, cosa ne avrebbe fatto?

 

*

 

Drinnn... drinnn.

Apro gli occhi e allungo la mano per afferrare l’I-phone. “Ma dove diavolo sono, che mal di testa!”, penso soltanto, mentre guardo distratta il display.

In un attimo, mi guardo intorno e realizzo che sono a casa mia, con indosso ancora l’accappatoio. A terra, vicino al letto, vedo il collo della bottiglia di champagne. La seconda della serata in barca che si è conclusa a casa mia. “Ora ricordo...”, mi dico mentre vedo Ascanio, nudo nel mio letto, che si gira, infastidito dal trillo del cellulare.

«Pronto...», rispondo.

«Eli, ma che fine hai fatto?». È la voce di Jacob. Riattacco, con un’insolita voglia di fare di nuovo l’amore... e Ascanio sembra essere della stessa idea.

 

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NON È MAI COME PENSIAMO, NULLA PREVEDIBILE

Non trovavo le chiavi

 

Non è mai come pensiamo, nulla è prevedibile, nulla definibile. Non esiste equilibrio e non ci sono mai fermate per l’autobus del cuore. Poi, se si viaggia in macchina, si rischia di perdere le chiavi e di non trovarle più.

La primavera stava per lasciare il posto a un’estate che si annunciava strepitosa. Io ero sola, libera, senza nessun coinvolgimento sentimentale.

Erano appena le 21:00. La giornata si era disintegrata nel tuo pensiero; avevo lavorato anche parecchio, ma non lo ricordavo. Le fantasie avevano reso il tempo, la manualità e la routine solo una cornice dell’evento, della scoperta che mi accingevo a fare, del nostro appuntamento.

Il bagno o la doccia, un tubino o semplici pantaloni, capelli sciolti o legati, vado o non vado all’appuntamento! Un groviglio di pensieri riempiva la mia povera scatola grigia, non riuscivo nemmeno a truccarmi e mi sudavano le mani.

Ero pronta. Abito nero lungo con piccoli e astratti fiorellini carta da zucchero, giacchina nera in maglia semplice, scarpe basse, trucco leggero. E uscii di casa!

Lui era bellissimo, non credevo ai miei occhi.

Nonostante il cielo fosse nuvoloso, la Luna riusciva a fare capolino, complice della luce meravigliosa del verde intenso dei suoi sguardi; erano la sua forza, lo specchio della sua essenza. Non mi ero sbagliata, non avevo a che fare con nulla di banale o superficiale, era uno splendido essere tutto da guardare e da scoprire.

Volevo che il tempo volasse, ma anche che andasse piano!

All’interno della sua macchina era tutto amplificato. Eravamo in movimento, ma era come se ci fosse completa inerzia. La sua voce attraversava il mio corpo. Io non facevo che tremare e i miei sussulti scrivevano le note su un pentagramma. Le sue parole mi colpirono come una raffica di vento.

«Miriam, non sono libero. Anzi di più. Ho una storia che racchiude cinque anni di convivenza. Scusa, ma non potevo non informarti».

“No! No! No!”, penso. “Come sono stata ingenua! Non mi smentisco mai, sono sempre la solita credulona. Come accidenti mi è saltato in mente? Non dovevo accettare il suo invito. Adesso cosa penserà di me? Io non sono fatta per una fredda avventura! Forse è quello che vuole lui? Si sbaglia di grosso. Ma chi crede di essere? Furbo, il maschietto!”.

«Miriam, lo so a cosa pensi. Non è come credi, mi hai colpito davvero. Di solito non faccio queste cose. È stato più forte di me. Sono curioso di sapere chi sei, voglio parlare con te, anche se con te... Ed è straordinario! Con te sto bene anche in silenzio».

Il tempo si disintegrò. Non prendemmo mai quel caffè e non ci fermammo mai con quella macchina. Solo parole e silenzi. Solo certezze e incertezze. Solo emozioni.

Lui andò via. Ripartì per Milano dicendomi che forse non ci saremo più incontrati. Forse, se anche fosse tornato, non l’avrei ricordato. Mi guardò negli occhi e mi strinse la mano. Andai via nel modo più veloce possibile.

Altro frammento di vita nella biblioteca del mio cuore.

Lezione numero: “Ho perso il conto”. Perché forse un indice numerico non serve affatto. Classificare gli eventi della propria vita è come  tracciare una curva per arrivare a chiudere una circonferenza di un diametro infinito: La vita è un attimo e l’uomo deve viverla?”.

“È stato meglio così”, ripetevo a me stessa di continuo.

Quale futuro avrebbe potuto avere la nostra pseudo-amicizia?

Di certo avrei infierito in una storia lunga cinque anni. Un matrimonio non certificato, ma effettivo. Nel buio della mia stanza aspettavo i sogni che mi avrebbero illuso fino a una nuova alba, ma dentro di me il vulcano era quiescente, perché ero certa che le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo, anche al più presto. E non per poco.

Un’altra estate avanzava, il lavoro si triplicava e lo studio mi perseguitava. Non ero la stessa. Ci pensavo ancora. Lo avrei baciato? Sì lo avrei fatto. Perché non l’ho fatto?

Lui era ormai lontano. Il mese di agosto era quasi alla fine e quella notte, con un po’ di fortuna, guardando il cielo, avrei incrociato anche qualche Perseide. Era la notte di San Lorenzo, la notte più magica dell’anno, quella dei desideri espressi con gli occhi al cielo. Mi apprestavo a chiudere il locale dove lavoravo, avevo già fatto cassa, non restava che riportare i tavoli all’interno, abbassare le serrande e poi la solita sosta al pub con gli amici.

Non c’erano ancora né cellulari né tantomeno smartphone, almeno non per noi comuni mortali. A quel tempo studiavo all’università e il lavoro stagionale e pomeridiano faceva molto comodo, anche se mi spezzavo la schiena a mandare avanti l’intera attività da sola.

Spente le luci del locale, mi affrettai a uscire e, guardando in basso dalla vetrina, lo vidi avvicinarsi. In un primo momento scorsi le sue scarpe e poi il suono della sua voce. «Signorina, mi darebbe un camion di 500 lire?», indicò il jukebox nel pub, che andava a monetine.

Era tornato!

Abbronzato, stessi occhi verdi e fisico atletico, era proprio davanti a me. Manuel R., 28 anni, di Milano, alto, capelli neri, impiegato della pubblica amministrazione, con la passione per le arti marziali e la cucina biologica. In un attimo, ci siamo ritrovati in macchina diretti al mare con il sottofondo della chitarra dei Santana, cornice perfetta dell’estate di fine millennio.

Così ebbe inizio la storia d’amore più importante della mia vita, quella notte il primo bacio sotto le stelle, con il profumo del mare misto a quello dei cornetti appena sfornati del bar sulla spiaggia di Alba Adriatica.

Ero una studentessa di 25 anni, barista stagionale di un piccolo comune del teramano, capelli ramati, lentiggini, occhi castani, passione per i gatti e la natura. Ed ero ufficialmente nei guai, del tutto rapita dal giovanotto di città.

Manuel era adesso single ed era tornato per vivere tre intense settimane di ferie con i genitori, che abitavano a pochissimi chilometri di distanza.

Colazione, aperitivo, caffè, ammazza caffè, gelato e poi l’alba e così via, per settimane.

Il cd dei Santana, Supernatural, girava di continuo e la luce blu dello stereo aiutava la Luna ad alluminare la nostra passione. Tutto l’universo racchiuso in queste due anime, e basta.

Ero stravolta, non ero pronta a tutto questo. In ogni caso, nonostante l’impegno del lavoro, riuscivo in modo brillante a tener testa alla situazione, tanto da stupire persino me stessa. Non avevo detto nulla alla mia famiglia né tantomeno agli amici. L’unico a sapere della storia era il mio datore di lavoro, Carlo, che storceva un po’ il muso, ma solo perché mi riteneva una brava ragazza e non voleva che soffrissi, alla fine del tour estivo del neo-single Manuel.

Carlo, 59 anni, capello brizzolato, media statura, corporatura normale, dalla straordinaria somiglianza con Ugo Tognazzi, era un imprenditore che si era fatto da solo e aveva molteplici attività di cui si curava, avvalendosi di personale fidato che lavorava con lui da anni. Io ero tra questi. Ragazza anticonformista all’occorrenza, lo aiutavo nella gestione del Bar-Pub “L’incontro”. Era un punto di ritrovo per tutti, a dire dei clienti, aperto dalla mattina presto fino a tarda sera.

Io ero il “sole”. Avevo un sorriso per tutti e Manuel lo sapeva bene, ne era rimasto folgorato.

Manuel non era pronto per una storia nuova, tantomeno a distanza. Non era pronto per me, ragazza acqua e sapone. Eppure non poteva farne a meno, così continuò a vivermi. Ormai le tre settimane volgevano al termine, me ne stavo rendendo conto. Così, presi un giorno intero libero dal lavoro per trascorrerlo con lui. La mattina partimmo molto presto per andare al mare, la giornata era stupenda. Scegliemmo un lido poco affollato sulla costiera Adriatica, dove si poteva anche mangiare e così tra sorrisi, abbracci, baci e fusione di sguardi, il tempo sembrò volare.

Avevamo molte cose in comune, ma altrettante agli antipodi.

Lui aveva la pelle scura, olivastra, mentre la mia era chiara, delicata e infatti la sera ero color aragosta! Sulla via del ritorno, ci fermammo a guardare il tramonto sopra una collina, sotto una quercia, nei pressi di un vigneto. Da quelle parti ce n’erano molti e si produceva buon vino.

Lui era la perfezione. Sorrideva calmo, affettuoso, empatico, affascinante. Quasi un essere irreale. Io non mi ponevo domande, mi limitavo a godere dell’attimo che mi era concesso. Ed ero consapevole che sarebbe tutto finito tra qualche giorno, quando il bel milanese sarebbe ritornato al Nord.

Il sole ormai era tramontato da ore e noi eravamo stretti a guardare le stelle nella notte. Forse, l’ultima insieme.

Tornai a casa che era quasi l’alba. Mia madre mi aveva aspettata solo per guardarmi con aria contrariata e poi eclissarsi. Caddi in un sonno profondo, quasi liberatorio, e mi svegliai per andare al lavoro.

Quel giorno, Manuel non si fece sentire in nessun modo. Venni a sapere da un cliente del pub che l’indomani sarebbe partito. Mi girai di spalle per evitare che l’unica lacrima che stava solcando il mio viso cadesse sul bancone appena lucidato. Carlo passò quella sera per fare la chiusura.

«Ehi! Hai la fila», mi disse. «Mi toccherà acquistare l’elimina code. Ti sei fatta più bella! Meglio, così non rischiamo che diventi milanese».

Se avesse sentito il mio cuore in quel momento! Quanto mi mancava Manuel! Un solo giorno senza di lui ed ero persa.

L’indomani, stessa cosa. Non si muoveva nulla fino a tarda sera. Era quasi mezzanotte e non riuscivo ancora a chiudere il pub. Ero triste e arrabbiata e continuavo a ripetermi: “Altri dieci minuti e poi andrò via”.

All’improvviso, la frenata brusca di una macchina.

«Miriam sto andando via, torno a Milano, stammi bene».

Ero stordita. Non riuscivo a parlare. Mi avvicinai per abbracciarlo e lui si tirò indietro.

«Meglio di no. Scusami, potresti lasciarmi il tuo profumo addosso».

Rimasi senza parole. Senza fiato, ma con un’immensa rabbia dentro. Manuel non era single, aveva solo “staccato” un po’. Che ingenua! Che stupida! Quanto soffrivo...

Andò via così, come si era materializzato. All’improvviso e nel peggiore dei modi.

Sulla porta mi augurò buona fortuna e io riposi: «Non dirmi addio. Non amo nemmeno arrivederci. Dimmi, invece: “buona vita”».

Quella notte piovve a dirotto e non solo sul piccolo paesello, ma nella mia anima.

Passarono le settimane, ma non ci furono né alcuna chiamata né visite a sorpresa, Manuel era sparito nel nulla come era arrivato.

In cuor mio sognavo di rivederlo. Rimanevo aggrappata al quel bigotto romanticismo che mi aveva plasmata negli anni e che mi aveva agevolata nell’entrare e uscire da molte situazioni di vita. Adesso, però, mi rendevo conto che non sempre si possono avere le “chiavi” per entrare e rimanere dove si desidera stare.